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Cos'è la fede adulta?

La fede adulta è una fede che ha attraversato la crisi, ha imparato a convivere con il dubbio e sceglie di affidarsi a Dio con libertà e responsabilità dentro la complessità del presente.

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Una definizione approfondita di fede adulta

Da una fede ricevuta a una fede assunta


Per fede adulta intendo una particolare forma di maturazione della fede cristiana. Non è l’unico modo possibile di descrivere la maturità spirituale e non costituisce una classificazione del valore complessivo delle persone.


È una proposta teologica e pastorale situata, pensata soprattutto per credenti cattolici ed evangelici che vivono nella società occidentale contemporanea, esposti al pluralismo, alla conoscenza storico-critica, alla complessità culturale e alla crisi delle appartenenze tradizionali.


La sua radice teologica si trova nella riflessione di Dietrich Bonhoeffer sul cristianesimo in un mondo «divenuto adulto». Il modello della fede congiuntiva di James W. Fowler offre invece uno strumento antropologico ed ermeneutico utile per descrivere alcuni processi attraverso cui una fede ricevuta può diventare una fede personalmente assunta.


Bonhoeffer offre dunque l’orizzonte teologico; Fowler una possibile grammatica della maturazione. Il criterio propriamente cristiano rimane Cristo, così come viene testimoniato dalle Scritture e annunciato nel Vangelo.


Bonhoeffer: credere in un mondo divenuto adulto


Nelle lettere scritte dal carcere nel 1944, Dietrich Bonhoeffer si domanda come sia possibile annunciare Cristo in un mondo che ha imparato a comprendere e organizzare molti ambiti della propria esistenza senza ricorrere continuamente a Dio come spiegazione o tutela.


Il «mondo divenuto adulto» non indica per Bonhoeffer un’umanità moralmente compiuta, né una società finalmente libera da ogni bisogno spirituale. Descrive piuttosto il processo storico attraverso cui l’essere umano moderno ha acquisito autonomia nella scienza, nella politica, nell’etica e nella vita quotidiana.


Bonhoeffer ritiene che il cristianesimo non debba tentare di ricondurre il mondo a una condizione di dipendenza religiosa. Non dovrebbe cercare Dio soltanto nei limiti della conoscenza, nelle paure, nelle fragilità o nei problemi che l’essere umano non riesce ancora a risolvere. La sua riflessione sul mondo adulto non costituisce una teoria completa della maturazione personale della fede. Rappresenta però uno degli orizzonti teologici da cui questa proposta prende avvio.

In una lettera del 16 luglio 1944 Bonhoeffer scrive:


«Davanti a Dio e con Dio viviamo senza Dio».

La frase non afferma l’assenza di Dio. Indica il superamento del Dio utilizzato come “ipotesi di lavoro”, garanzia religiosa o soluzione immediata delle difficoltà umane. Il Dio che ci accompagna non è il Dio chiamato a sostituire la nostra responsabilità, ma il Dio che in Cristo accetta di essere estromesso dal mondo fino alla croce.


La fede adulta non consiste quindi nel rendere Dio meno importante. Consiste nel lasciarsi liberare da immagini religiose di Dio che lo trasformano in uno strumento di protezione, spiegazione o controllo, per riconoscerlo nella forma di Cristo: nella croce, nel servizio, nella responsabilità e nell’essere-per-gli-altri.


Credere in un mondo adulto significa vivere pienamente davanti a Dio senza sottrarsi alla condizione umana. Significa non collocare Dio soltanto ai margini della vita, dove termina la nostra capacità di comprendere, ma incontrarlo nel suo centro: nelle relazioni, nelle decisioni, nella sofferenza, nella responsabilità e nella cura del mondo.


La fede nasce dentro un mondo ricevuto


La fede nasce normalmente all’interno di un mondo ricevuto.

La famiglia, la comunità e la tradizione offrono linguaggi, simboli, dottrine, pratiche e relazioni attraverso cui una persona impara a credere. Questa prima forma è necessaria e può essere genuina, profonda e spiritualmente feconda.


Nella configurazione che James W. Fowler definisce sintetico-convenzionale, tuttavia, l’identità personale rimane fortemente sostenuta dal riconoscimento del gruppo e dalla condivisione del suo universo simbolico.


Dio, la Scrittura, la dottrina, la comunità e la propria identità possono essere vissuti con una distinzione ancora limitata. La persona non si limita ad appartenere a una comunità: riceve dalla comunità anche gran parte delle categorie con cui comprende se stessa, Dio e il mondo.


Quando questo universo condiviso viene messo in discussione, la fede può assumere una funzione difensiva. Non si proteggono soltanto alcune idee: si proteggono legami affettivi, continuità biografica, sicurezza spirituale e appartenenza.


Per questo anche persone culturalmente preparate possono esercitare pienamente il pensiero critico nella vita professionale e sospenderlo nello spazio religioso. Mettere in discussione un’interpretazione o una dottrina può significare rischiare contemporaneamente relazioni, identità e riconoscimento comunitario.


Quando la forma precedente non è più abitabile


Il passaggio verso una fede adulta comincia quando la forma ricevuta non riesce più a contenere l’intera esperienza della persona.


Può intervenire una sofferenza, il silenzio di Dio, un conflitto ecclesiale, un abuso spirituale, lo studio approfondito della Bibbia, l’incontro con altre culture o religioni, oppure il progressivo accumularsi di domande e dissonanze.


Non è necessario che si verifichi sempre un trauma improvviso. La trasformazione comporta però una discontinuità reale: la forma precedente del credere non può più essere abitata nello stesso modo.


La crisi non rappresenta necessariamente la perdita della fede. Può diventare il luogo nel quale viene meno una particolare immagine di Dio, una costruzione teologica o la fusione tra fede e appartenenza.


La persona può così scoprire che ciò che sta perdendo non è necessariamente Cristo, ma un determinato modo di comprenderlo; non la Scrittura, ma una particolare teoria della Scrittura; non la Chiesa, ma una forma di appartenenza divenuta dipendenza identitaria.


La fede ricevuta è allora chiamata a diventare una fede assunta.

Questo passaggio non significa costruire autonomamente una religione personale. Significa assumersi la responsabilità della propria risposta al Vangelo, riconoscendo che nessuna famiglia, comunità o autorità può credere definitivamente al posto nostro.


Una fede che impara a distinguere


La fede adulta impara progressivamente a distinguere:

Dio dalle proprie rappresentazioni di Dio;

la rivelazione dalle interpretazioni umane che cercano di comprenderla;

la testimonianza biblica dalle singole letture che ne vengono offerte;

il Vangelo dalle forme storiche e confessionali attraverso cui è stato trasmesso;

la comunione ecclesiale dalla dipendenza identitaria;

l’autorità dal controllo;

la convinzione dalla pretesa di possedere interamente la verità.


Distinguere non significa separare tutto, relativizzare ogni affermazione o considerare equivalenti tutte le interpretazioni.


Significa riconoscere che crediamo sempre attraverso mediazioni: parole, simboli, testi, comunità, tradizioni ed esperienze storiche. Queste mediazioni sono necessarie, ma non sono Dio stesso. Possono quindi essere accolte con gratitudine e, nello stesso tempo, esaminate, interpretate e corrette.


La fede adulta non elimina la mediazione. Ne diventa consapevole.


Fowler e la fede congiuntiva


Il modello di James W. Fowler aiuta a descrivere alcuni aspetti di questo percorso.

Fowler parla di fede congiuntiva per indicare una configurazione capace di riconoscere il paradosso, la pluralità delle prospettive e la profondità dei simboli, senza tornare alla loro comprensione immediata o letterale.

Dopo aver attraversato la riflessione critica, la persona può tornare ad abitare i simboli della propria tradizione in modo nuovo. Non perché abbia dimenticato le domande, ma perché ha imparato che il simbolo può comunicare una verità che non si lascia esaurire da una definizione.


La fede congiuntiva cerca quindi di tenere insieme realtà spesso percepite come alternative:


radicamento e apertura;

tradizione e critica;

appartenenza e libertà;

fiducia e dubbio;

parola e mistero;

convinzione e umiltà;

responsabilità umana e affidamento a Dio.


La critica non diventa la sua dimora definitiva. È un passaggio attraverso il quale la fede può essere rielaborata senza ritornare alla precedente immediatezza e senza dissolversi nello scetticismo.


Fowler offre una grammatica psicologica ed ermeneutica utile per nominare la differenziazione dal gruppo, l’assunzione personale della fede, il recupero postcritico del simbolo e la capacità di sostenere ambivalenza e complessità. La fede congiuntiva riconosce infatti il carattere parziale delle proprie prospettive e la profondità non interamente dominabile dei simboli religiosi.


Il suo modello, tuttavia, non deve essere trasformato in una scala rigida e universale. La vita della fede non procede sempre secondo una successione lineare, e una maggiore complessità cognitiva non coincide automaticamente con una maggiore maturità cristiana.


Le persone possono attraversare configurazioni diverse in momenti diversi della vita. Possono mostrare grande maturità in alcuni ambiti e conservare forme convenzionali o difensive in altri. Lo stesso modello degli stadi di Fowler è stato discusso proprio per la sua tendenza a presentare lo sviluppo come una sequenza gerarchica e invariabile.

Per questo Fowler non costituisce il fondamento della mia proposta. Offre una mappa, non la meta; uno strumento interpretativo, non il criterio della verità cristiana.


Il criterio rimane Cristo


La fede adulta non coincide con una maggiore intelligenza, con l’istruzione accademica o con il possesso di una teologia più sofisticata.

Indica una crescente consapevolezza delle mediazioni attraverso cui si crede e una maggiore capacità di assumersi responsabilmente la propria posizione. Ma la maturità cristiana non può essere ridotta alla complessità psicologica o ermeneutica.

Il suo criterio rimane Cristo.


La maturità cristiana si manifesta nell’essere trasformati dalla forma di Cristo: nell’amore, nel servizio, nell’umiltà, nel perdono, nella libertà dalla paura, nella capacità di comunione e nella disponibilità a lasciarsi correggere.


Una fede teologicamente complessa può ancora essere autoreferenziale, aggressiva o incapace di amare. Una persona con una comprensione semplice o precritica può invece manifestare autentici frutti spirituali e relazionali.


Questo non rende equivalenti tutte le forme teologiche. Non impedisce di riconoscere interpretazioni ingenue, fragili, contraddittorie o dannose. Impedisce però di trasformare una differenza nella struttura del credere in un giudizio complessivo sul valore spirituale della persona.


La fede adulta non è la fede di chi si considera superiore ai credenti rimasti “indietro”. Nel momento in cui utilizza la complessità per costruire una nuova identità elitaria, riproduce lo stesso meccanismo difensivo dal quale pensava di essersi liberata.


Una fede pasquale


La forma cristiana della maturità non consiste nell’acquisire il controllo sulla propria esperienza religiosa. Consiste anche nell’imparare ad attraversare la perdita, il limite e il silenzio senza trasformarli immediatamente in prove dell’assenza di Dio.

In questo senso, la fede adulta assume una struttura pasquale.


Accetta che alcune immagini di Dio debbano morire perché possa emergere una comprensione più evangelica. Attraversa il Sabato Santo senza pretendere di anticipare la risurrezione e senza trasformare ogni sofferenza in una spiegazione religiosa.


Non cerca di neutralizzare la crisi, ma di discernere ciò che in essa deve essere abbandonato, custodito o trasformato.


La risurrezione non riporta semplicemente alla forma precedente. Apre una forma nuova di relazione con Dio, con se stessi e con la comunità.

La fede adulta non è quindi una fede che ha superato definitivamente la crisi. È una fede che ha imparato ad attraversarla senza identificare Dio con le proprie certezze.


Preghiera, azione di Dio e responsabilità


La fede adulta non rinuncia alla preghiera, all’intercessione o all’attesa dell’azione di Dio.


Rinuncia piuttosto a utilizzare Dio come garanzia, meccanismo di protezione o strumento di controllo.

Può domandare, supplicare e attendere. Può credere che Dio agisca e che la storia rimanga aperta alla sua iniziativa. Ma non trasforma la risposta desiderata in un diritto e non misura la fedeltà di Dio dal risultato immediato delle proprie richieste.

La preghiera non serve a sottrarsi alla responsabilità. Colloca la responsabilità davanti a Dio.


Non offre sempre una spiegazione degli eventi, ma può trasformare la postura con cui vengono attraversati. Non elimina necessariamente il limite, ma impedisce che il limite abbia l’ultima parola sulla relazione con Dio.


Chiesa, appartenenza e libertà


La fede adulta non rinuncia neppure alla Chiesa.

Non considera l’autonomia individuale come il vertice della maturità. La fede cristiana nasce dall’ascolto, si alimenta nella comunione e ha bisogno di una comunità che custodisca la memoria del Vangelo.

Cerca però una forma ecclesiale nella quale sia possibile appartenere senza fondersi, ricevere senza delegare interamente la propria coscienza, ascoltare l’autorità senza assolutizzarla e partecipare al discernimento senza ridurre la verità alla somma delle opinioni individuali.


La maturazione della fede non è quindi soltanto un percorso personale. Richiede ambienti ecclesiali capaci di accompagnare la differenziazione senza interpretarla immediatamente come ribellione, infedeltà o perdita della fede.

Una comunità cristiana matura non produce dipendenza. Aiuta le persone a diventare responsabili davanti a Dio.


Non chiede di rinunciare alle domande per poter appartenere. Insegna a portarle dentro una comunione nella quale la verità non è posseduta da un individuo o da un gruppo, ma cercata insieme sotto il giudizio del Vangelo.


Una proposta situata e aperta


Questa definizione non pretende di descrivere ogni possibile forma di maturità cristiana, in ogni cultura e in ogni epoca.


È una proposta contestuale, teologicamente orientata e pastoralmente motivata. Sostiene che, per molti credenti immersi nella complessità contemporanea, attraversare la critica e giungere a una forma congiuntiva possa rappresentare una modalità particolarmente adeguata di vivere responsabilmente il cristianesimo.

Non propone di sostituire una fede certa con una fede incerta, né una fede forte con una fede debole.


Propone il passaggio da una fede prevalentemente ricevuta e garantita dall’appartenenza a una fede personalmente assunta, consapevole delle proprie mediazioni, capace di sostenere la complessità e ancora disponibile a fidarsi di Dio.

La fede adulta, infine, non è un possesso definitivo.

Può sempre irrigidirsi, trasformare la propria apertura in una nuova superiorità identitaria o fare della complessità un altro sistema difensivo.

Rimane adulta soltanto finché conserva la disponibilità a essere giudicata, corretta e nuovamente trasformata dal Vangelo.

In questo video presento in modo più personale e accessibile ciò che intendo per fede adulta: una fede capace di attraversare la crisi, integrare il dubbio e assumere responsabilmente la complessità senza rinunciare a Cristo.

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3. Il cristianesimo adulto in Bonhoeffer

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Domande frequenti

Significa una fede che ha attraversato la perdita dell’immediatezza religiosa e ha imparato a credere in modo responsabile, critico e congiuntivo. Non identifica più automaticamente Dio con le proprie convinzioni, la Bibbia con la propria interpretazione o la Chiesa con il proprio gruppo.


No. La fede semplice e ricevuta è normalmente il punto di partenza e può essere autentica, generosa e necessaria. Diventa problematica quando pretende di rimanere immutabile, rifiuta ogni mediazione critica e identifica la propria forma con la verità divina in quanto tale.


Perché le convinzioni religiose non sostengono soltanto delle idee, ma l’identità personale e l’appartenenza al gruppo. Una critica dottrinale può essere vissuta come minaccia alla famiglia, alla comunità, alla storia personale e alla salvezza. Difendere la dottrina significa quindi spesso difendere se stessi e i propri legami.


Certamente. L’intelligenza non determina automaticamente la forma della fede. Molti professionisti esercitano il pensiero critico nel lavoro e lo sospendono nello spazio religioso per preservare appartenenze, abitudini e relazioni affettive. Le competenze critiche possono essere compartimentate.


Il cambiamento può essere graduale, ma richiede comunque una discontinuità. Può trattarsi di una crisi evidente oppure di molte microfratture cumulative. L’identità cambia quando la forma precedente non riesce più a integrare l’esperienza, la coscienza e la conoscenza della persona.


Non nel senso abituale. Non è necessariamente una fede con meno dubbi, più certezze o maggiore disciplina. È una trasformazione del modo di credere, non soltanto un aumento dell’intensità religiosa.


Non necessariamente. Può significare che si sta perdendo un’immagine di Dio, una forma interpretativa o una struttura identitaria che non riesce più a sostenere la vita. La crisi può essere il luogo di una trasformazione, non soltanto di una perdita.


La fede congiuntiva descrive molto bene la forma psicologica ed ermeneutica della fede adulta: capacità di integrare complessità, simbolo, critica, appartenenza e apertura. Non esaurisce però ogni dimensione della maturità cristiana, che comprende anche conformazione a Cristo, amore, servizio e qualità delle relazioni.


No. Il relativismo conclude che tutte le interpretazioni si equivalgono. La fede adulta riconosce invece che ogni interpretazione è limitata e correggibile, ma continua a discernere, scegliere e assumere convinzioni. L’umiltà ermeneutica non equivale all’assenza di verità.


No. Il dubbio può aprire, purificare e correggere, ma può anche paralizzare o diventare una posizione difensiva. Nella fede adulta non viene demonizzato né idealizzato: viene integrato dentro una relazione di fiducia.


Sì. Può chiedere, supplicare e intercedere. Tuttavia non usa la preghiera come contratto, tecnica o garanzia e non misura la fedeltà di Dio dall’esito delle proprie richieste.


Perché il costo della coerenza può essere molto elevato. Potrebbe perdere approvazione, amicizie, stabilità familiare, ruolo comunitario e senso di appartenenza. La sospensione critica può diventare una strategia di sopravvivenza relazionale.


Perché l’identità religiosa non è soltanto cognitiva. È affettiva, sociale, familiare e biografica. Una persona non abbandona facilmente una struttura che le offre appartenenza soltanto perché incontra una tesi più convincente.


Non necessariamente. È più consapevole delle mediazioni e più capace di sostenere la complessità. Ma una persona con molte conoscenze può essere spiritualmente e relazionalmente immatura, mentre una persona meno istruita può vivere una notevole libertà interiore e apertura evangelica.


Sì, ma rinuncia a definire in anticipo come Dio debba agire e a trasformare ogni evento favorevole in una prova della propria fede. Rimane aperta all’azione di Dio senza pretendere di controllarla o certificarla continuamente.


Sì. L’autonomia non è isolamento. La fede adulta ha bisogno di Scrittura, comunione, confronto, preghiera e discernimento condiviso. Cerca però un’appartenenza che non richieda fusione identitaria né rinuncia alla coscienza personale.


Perché molte comunità sono strutturate per sostenere una fede convenzionale: chiarezza, uniformità, appartenenza e autorità fortemente definite. Le domande e la differenziazione possono essere percepite come minacce alla coesione del gruppo.


No. Non si sta esprimendo un giudizio complessivo sul valore della persona, sulla sincerità della sua fede o sul suo rapporto con Dio. Si sta descrivendo la struttura con cui organizza significato, appartenenza e autorità. Una forma può essere teologicamente ingenua senza rendere falsa o priva di valore l’intera esperienza della persona.


Non tutti vi arrivano, e non tutti ne avvertono la necessità. Tuttavia, nel contesto pluralista contemporaneo, essa rappresenta la forma più adeguata per chi vuole integrare responsabilmente fede, cultura, conoscenza critica e complessità della vita.


Radici bibliche e riferimenti essenziali

Testi biblici

La prospettiva proposta

La prospettiva proposta

Efesini 4,11-16; Ebrei 5,11–6,3; 1 Corinzi 13,8-13; Romani 12,1-2.

La prospettiva proposta

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Questa proposta di fede adulta integra i fondamenti biblici della maturità cristiana con la teoria dello sviluppo della fede di James W. Fowler e con alcune prospettive della teologia protestante contemporanea.

Riferimenti

La prospettiva proposta

Riferimenti

James W. Fowler, Stadi della fede; Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa; Karl Barth, Dogmatica ecclesiale; Eberhard Jüngel, Dio, mistero del mondo; Jürgen Moltmann, Teologia della speranza.

I miei libri si articolano in diverse direzioni, ma nascono da un unico percorso: pensare e vivere una fede cristiana adulta, capace di attraversare il dubbio senza rinunciare al Vangelo.


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